Incomunicabilità

Non so proprio cosa fare
per indurvi ad ascoltare:
le ho provate tutte quante,
proprio tante, tante, tante!
Strilli, pianti a cento a cento
Son stati buttati al vento!
Provo coi ragionamenti:
servono ad un accidenti.
Faccio allora lo zelante:
era meglio innaffiar piante.

Mi tormento, ahi, mi struggo,
Niente con voi par valere.
Vi parlai in scritto e orale,
niente, niente con voi vale!
Ah che gran disperazione,
è lontana la pensione!
In che guaio mi son messo,
che? trovare un compromesso?
Più che io vi vengo incontro,
più mi vi mettete contro.

Sordi, ciechi, imbecilli,
più di voi son vispi e svegli.
Mi fate trasecolare:
bestie tali sono rare!
Non c'è scampo al mio sconforto,
Mi sento già bell'e morto.
Ma un momento, un momentino,
mi soccorre un pensierino,
un pochin dispettosetto,
ma farebbe certo effetto.

Se il pensier mio tatuato
con un ferro arroventato
fosse sulla pelle vostra,
forse che vuol dir "Sto male!"

capireste. 


(Lo capireste così, con tanto di rime baciate, maledetti idioti?)
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A sentimental letter to David Leavitt

Caro David,

Ti scrivo per dirti che ti amo. Ti amo, sì, non posso vivere senza di te. Senza le tue storie, la mia vita che senso avrebbe? Tu sei l’unico, David, che mi capisce. Tu hai raccontato la mia storia senza conoscerla, senza conoscere me. È incredibile, eppure è così: l’hai raccontata per filo e per segno, come meglio non si può, come io stesso non avrei mai saputo fare. E l’hai fatto in due racconti diversi – ti devo anche questa delicata attenzione alla mia privacy – Alieni e Danny in transito. E c’è proprio tutto: l’egoismo e l’indifferenza degli adulti, l’abbandono, quel peso troppo grande per delle spalle così gracili, la fuga in un mondo fantastico e nello stesso tempo la più lucida consapevolezza della realtà, della realtà assurda e terribile.

Il male. Come racconti il male tu, con che decoro. Ma come fai? Sei un miracolo, David, come ti voglio bene! Perché dici la verità, semplicemente, la dici in un modo che sembra voler dire: è normale dire la verità, è la cosa più naturale del mondo, è così sbagliato non dirla, fa tanto male. Per questo ti amo, David, ti amerò sempre.

Chissà se un giorno, girovagando in rete, ti imbattessi in queste parole, e così venissi a sapere quale amore le tue siano capaci di suscitare in chi ti legge: non sarebbe fantastico? Chissà se conosci la mia lingua, io la tua un po’ la conosco, ho la fortuna di poter leggere i tuoi pensieri proprio coi suoni precisi con cui li hai pensati tu. Ma non importa poi tanto, c’è Google che traduce.

Ah David, potrei raccontarti tante cose, aggiungere particolari alla storia mia scritta da te, precisazioni, correzioni anche. Ma perché? La mia storia riscritta da te, anche se contiene qualche errore, è vera, vera completamente, non potrebbe in nessun modo essere più vera di così.

Perciò ora ti lascio, l’essenziale – il mio amore per te – è già stato detto. Ringrazio Dio di averti creato, di aver messo al mondo quel miracolo chiamato: David Leavitt.

Tuo per sempre
Paolo

Letterina a Putin

Caro Vladimir,

Tu non mi conosci, ma a me sembra di conoscere te da sempre. Come te la passi? Maluccio eh? Sai, non è che mi sei stato mai troppo simpatico, diciamoci la verità, però da quando il vento ti si è girato contro inizio a sentire un po’ di comunanza fra me e te, affratellati dalla mala sorte. Perciò ho deciso di scriverti, dimenticando il passato. E poi ora mi sento più libero di farlo, non avendo più da temere da parte tua vendette o ritorsioni (hai già da fare e da dire a salvarti la pelle).

Dunque, Vladimir caro, ti scrivo per dirti che puoi lanciarla. Ma sì, hai capito, quella. Per me, lanciala pure. Prima avevo ancora qualche dubbio, pensavo di potere ancora resistere, di poterci ancora stare in questo mondo, ma poi l’immancabile gocciolina ha fatto traboccare il vaso.

Come dici? La Meloni? No, no, acqua, mio caro. Niente a che vedere con la politica, la crisi di governo, l’avanzata della destra, la crisi della sinistra, le larghe intese e cose simili. Certo, hanno contribuito ad innalzare di molto il livello dell’acqua nel vaso – non è un anno che va avanti questa solfa, e nemmeno due, e una goccia oggi, una domani, piano piano il vaso si riempie – ma non è stata la politica a favorire il trabocco.

Potresti pensare di essere tu il responsabile. Hai rotto non poco i maroni con questo benedetto rubinetto, e apri e chiudi, e riapri e richiudi, roba da far saltare i nervi a un santo, figuriamoci a un poveraccio che arriva a fine mese sempre a corto di ossigeno (oltre che di metano). No no, caro, tu non c’entri, sennò mica scrivevo proprio a te, ti pare?

Ti sono già un po’ più simpatico, vero? Anche a te ora sembra di conoscermi da sempre. Non è forse vero che infatti proprio ora ti è venuta in mente la globalizzazione? Ecco, pensi, io e questo poveraccio siamo alleati nella lotta contro il dominio spietato del capitale globale, ho ancora degli amici, non sono solo.

Sì e no. Vedi, è vero che molti dei miei guai hanno a che fare con il lavoro, non posso negarlo. È diventato sempre più impossibile, bisogna sempre essere vincenti, superiori e colleghi sempre più esasperati, incattiviti. Sì, questo è senz’altro il serbatoio che ha alimentato più d’ogni altro l’acqua del mio vaso. Però la gocciolina ultima, fatale, non viene di qui.

La gocciola incriminata, trattasi di questo. Una notizia fresca fresca, un certo farmaco improvvisamente diventato introvabile. Così, senza un motivo. E – lo so che è assurdo – non avevo ancora finito di leggere, che ho avuto la certezza che presto sarebbe capitato anche con i farmaci dai quali dipende … dai quali io dipendo, completamente. Mi capisci, Vlady? La certezza di essere già perduto, se un domani un qualche stronzo par tuo decidesse di chiudere i benedetti rubinetti delle benzodiazepine, come tu quelli del gas. Anzi, di essere già finito, oggi, adesso, se basta una notizia su un farmaco introvabile per mandarmi in panico completamente.

Già ora le benzo non mi aiutano più, anche se non posso farne a meno. La mia vita ha perso di senso, non mi tira più su nemmeno la Littizzetto. Come si potrebbe cadere più in basso di così? Sono sicuro che mi capisci, Vlady caro, che anche tu sei nella merda fino al collo e la vita non ha più sapore nemmeno per te. Sei stanco, tanto stanco anche tu, di recitare la parte dell’uomo tutto d’un pezzo, del macho, del vincente. E allora, cosa aspetti? Per te è tanto più facile, basta premere un bottoncino, una cosa di un attimo. Non pensarci su troppo, pigialo questo bottoncino, e bon. Game over.

Con stima e affetto.
L'uomo qualunque

Senza titolo

Oggi non ho proprio niente da scrivere. Non mi viene in mente nessun argomento, tema, soggetto, che sia di politica, di attualità, di arte, cultura, musica o gossip.

Potrei parlare della natura che si risveglia, dei fiori che fanno capolino sui rami fino a ieri secchi e nudi, degli uccellini che riprendono a gareggiare in gorgheggi. Ma che tema abusato! “Zefiro torna e il bel tempo rimena”… no, no.

Buttarmi sull’attualità politica, sui venti di guerra che da un po’ soffiano in Europa, sul contrasto col messaggio di pace e speranza portato dalla Pasqua? Per carità, peggio che andar di notte.

Sulle opere musicali dedicate alla Pasqua, dalle Passioni di Bach al Messiah di Handel ai vari Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa ho già disquisito dottamente per anni fino alla nausea. De hoc satis.

Mi tenta, sempre in occasione della Pasqua, una bella tirata morale sulla degenerazione della Chiesa, sulla pedofilia, sugli inutili tentativi di risanamento di papa Francesco. Ma va a finire che mi deprimo, una volta tanto che mi sono svegliato di buon umore!

Ci sarebbe, ora che ci penso, anche il ritorno di fiamma del nostro nuovo virus, dato per spacciato a più riprese e che ogni volta si rifà vivo più in forma che mai, sebbene ogni volta un po’ meno pauroso. Ma a che pro?

Un tema che attira molti clic è sicuramente quello dei rincari: della luce, del gas, della benzina, delle auto, financo dei dispositivi digitali, come direbbe il mio prof di scienza dell’informazione. Ma in ciò mi fanno concorrenza tutti i patri quotidiani e migliaia di bloggers della domenica o peggio di Facebook.

Bon, dunque oggi non vi parlo di niente e mi immergo nella lettura di qualche classico, con indosso panni togali e curiali, ché sol nacqui per essi. E vi chiedo venia, miei quattro lettori.

Bebuquin

– Bebuquin, chi era costui?

– Un dilettante del miracolo.

– Grazie tante!

– Mi spiego meglio. Ci fu una strana epoca, nella storia dell’uomo, in cui esso uomo avverti il suo vivere in società come qualcosa di difficilmente fattibile, e anelò liberarsene. Dirò di più, poiché l’uomo, come lapidariamente afferma lo Stagirita, è animale sociale, anelò a non essere più uomo del tutto. Bebuquin è un singolare prodotto di codesta epoca.

– Insomma, uno spostato, un inetto, un disadattato. Potevi dirlo subito, quanti giri di parole!

– Se vuoi chiamarlo così, disadattato sia. Ma un disadattato di carta.

– Di male in peggio! Intendi un bislacco personaggio di uno di quegli illeggibili romanzi scritti da qualche francese o tedesco che ha letto troppa filosofia idealista. Uno di quelli che ogni cinque anni presumevano di fare una rivoluzione letteraria, di fondare un movimento…

– Avanguardia, per la precisione.

– Si, ecco, bei tempi proprio, quelli! Ma per fortuna lo si è capito finalmente che quelle erano solo pie illusioni, che in arte non si inventa mai nulla di nuovo, figurarsi fare rivoluzioni!

– Eh sì, per fortuna. Oggi ci sono generi ben codificati, con manuali d’uso che ti spiegano per benino tutti i trucchi del mestiere. Ognuno può scrivere, pubblicare e con un po’ di fortuna guadagnare anche un sacco di soldi. A dire il vero, tutte cose che c’erano anche allora, solo che a qualcuno non bastavano. Avevano cose da dire per le quali non esistevano ancora regole, bisognava inventarle, improvvisare. Anzi, io credo che lo stile consista esattamente in questo. Certo, allora qualcuno ha forse esagerato un poco, ma meglio questo che scrivere tutti allo stesso modo.

– Tu, mio caro, non afferri il nocciolo del problema. Oggi, per comunicare, bisogna scrivere tutti nello stesso modo, altrimenti nessuno ti capisce. È la democrazia linguistica. Una lingua uguale per tutti, che non ammette differenze individuali nella sua semplice rigidità. E questo iniziava proprio al tempo delle tue avanguardie, che fecero un tentativo commovente quanto inutile di contrastarlo.

– Commovente, forse. Inutile, non direi affatto. Leggi Bebuquin o i dilettanti del miracolo di Carl Einstein, per esempio. Non sarà tempo del tutto sprecato.

– Invece lo sarà, e molto frustrante anche, e irritante. Capire una frase ogni venti, sentirsi più volte presi in giro, leggere sempre col dubbio che sia fatica inutile cercare di capire, che lo scrittore non volesse dire niente.

– Appunto, non lo hai detto prima anche tu? Se non ci si uniforma si rischia di non essere capiti. Questa condizione è forse quello che l’autore vuole esprimere. O forse no. Certo, l’espressione è un suo obiettivo precipuo, tanto che il romanzo è stato etichettato come espressionista.

– Ah, proprio robaccia allora. Quel narcisismo della disperazione, quel ghigno senza gioia, non so se ci sia qualcosa di più insopportabile!

– Si, qualcosa c’è. Il silenzio, l’afasia. Il nostro tempo.

Paralleli

Lugete, o Veneres Cupidinesque,

et quantumst hominum venustiorum.

Passer mortuus est meae puellae.

passer, deliciae meae puellae,

quem plus illa oculis suis amabat:

nam mellitus erat suamque norat

ipsam tam bene quam puella matrem:

nec sese a gremio illius movebat,

sed circumsiliens modo huc modo illuc

ad solam dominam usque pipiabat.

Qui nunc it per iter tenebricosum

illuc, unde negant redire quemquam.

At vobis male sit, malae tenebrae

Orci, quae omnia bella devoratis:

tam bellum mihi passerem abstulistis.

O factum male! o miselle passer!

tua nunc opera meae puellae

flendo turgiduli rubent ocelli.

(Gaio Valerio Catullo)

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J’eus en tete un souffreteaux oiseau bizarre

qui chantait mieux que les sources, que les bois

(dont nous amions pourtant les solennelles voix)

oiseau mélancolique et quelquefois hilare.

Pour sa faiblesse il me fallait etre bien clos

contre le froid, l’air sale et pluvieux des villes.

En des fleurs il restait près du feu qui rutile

quand l’hiver déroulait ses désolés tableaux.

Hélas j’ai trop ouvert la fenetre et la porte

J’ai cherché l’action, le plaisir, mots obscurs

Quelqu’un était entré, mortel à ses yeux purs.

Qui donc était entré? La bete chére est morte.

Qui donc était l’oiseau? Quelle céleste flamme

S’est éteinte, m’a délaissé pour le soleil

Quelquefois, en sursaut réveillé du sommeil

qu’est notre vie, je me dis: “C’était mon ame”.

L’oiseau sacré c’est notre poéte, notre ame

Notre ame est poésie. Hélas l’oiseau s’est tu!

Somnambules plaintifs caressés ou battus

vers quel but courons-nous, oublieux de notre ame?

(Marcel Proust)

Au lecteur

La sottise, l’erreur, le Péché, la lésine,

occupent nos esprits et travaillent nos corps,

et nous alimentons nos aimables remords,

comme les mendiants nourrissent leur vermine.


Nos péchés sont tetus, nos repentirs sont laches;

nous nous faisons payer grassement nos aveux,

et nous rentrons gaiment dans le chemin bourbeux,

croyant par des vils pleurs laver toutes nos taches.


Sur l’oreiller du mal c’est Satan Trismégiste

qui berce longuement notre esprit enchanté,

et le riche métal de notre volonté

est tout vaporisé par ce savant chimiste.


C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!

Aux objets répugnants nous trouvons des appas;

chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,

sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange

le sein martyrisé d’une antique catin,

nous volons au passage un plaisir clandestin

que nous pressons bien fort comme une vielle orange.


Serré, fourmillant, comme un million d’helminthes,

dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,

et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons

descend, fleuve invisible, avec des sourdes plaintes.

Si le viol, le poison, le poignard, l’incendie,

n’ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins

le canevas banal de nos piteux destins,

c’est que notre ame, hélas! n’est pas assez hardie.

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,

les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,

les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,

dans la ménagerie infame des nos vices,

Il en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!

Quoiqu’il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,

il ferait volontiers de la terre un débris

et dans un baillement avalerait le monde;

c’est l’Ennui! – l’oeil chargé d’un pleur involontaire,

il reve d’échafauds en fumant son houka.

Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,

hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère!

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Stamani, per confrontarla con quella di Catullo, cercavo una poesiola sulla morte della poesia, assimilata a un passerotto – a proposito, qualcuno si ricorda per caso di chi è? – e mi sono imbattuto nella prefazione delle Fleurs du mal. Mi ha colpito come un fulmine la sua qualità profetica, e ho deciso di scriverla qui. Non sembra anche a voi?

Distruggere

 

Mi sveglio d’un tratto

contratto contratto

sul letto disfatto

stremato distrutto

 

Preparo un ristretto

con trito di strutto

ma sono allo stretto

disdetta che stretto

 

Trituro lo strutto

(stridore di denti)

mi struggo mi straccio

distratto strafatto

 

E d’un tratto penso:

“Distruggo, distruggo”

Coronathink

I primi cristiani

si riconoscevano nelle catacombe

con il segno segreto

del Pesce

e come pesci moribondi noi

siamo uniti solo dalla Rete

(Michele Mari)