Pulp Pride

Il primo gay pride nella mia città. Sconvolgimento totale dell’essere.

E dire che non volevo nemmeno andarci.

Invece, un’ora prima del big bang, eccomi travolto da pensieri pseudotrasgressivi in quantità, eccomi a pensare a travestimenti, che elenco dal più perverso a quello che poi ho messo in pratica:

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Lo scudo

Ripara il tuo corpo

con un lucido scudo: che non possa

ferire la sua sorda risonanza.

La baldanza

dei muscoli tesi, lucidati

d’aspro sudore d’organi

in frizione assordante.

La crepa delle labbra

che lascia uscire umori

velenosi di umide dolcezze.

E più di tutto, la distesa

terribile della pelle,

che sguscia odori

di foresta, grotta, stagno.

Canta il tuo corpo in toni accesi:

ho per te uno scudo che smorza,

regola il ribattere dei plessi

in una musica buona

di bellezza.

Mia fame d’amore

Mia fame d’amore,
grazie di avermi condotto fin qui.
D’avermi schiaffeggiato
di ghiaccio e dolore e violenza
e altri abitanti del cuore
umano.
Mia fame d’amore, grazie
per le bocche della follia
spalancate a ogni nuovo abbandono:
per questo dono –
che schianta il mio orgoglio –
quanti grazie ti devo.
Mia fame d’amore
mai placata,
grazie della visione
ancora confusa, ma certa
verso cui traghetti il mio cuore.
Grazie delle mille domande
che poni continua,
instancabile alle cose.
Per la voce in risposta,
il sibilo sussurrato delle cose
che ora posso udire
e fa paura – ma passa, forse.
Per mille altri doni ancora
ti ringrazio, mia fame d’amore.
A domani. Dormi un po’, ora.

In ascolto

Al bar. In ascolto.
Le voci formano armonie inconsapevoli.
Sgranano fili di sillabe.
La mia mente ne forma un tappeto versicolore.
Meraviglioso.
Ogni tanto una voce emerge, tenta
imporre il suo senso.
Ma io lesto la ricucio nel mio
insensato, bellissimo arazzo.